giovedì 22 marzo 2012

Saudade


Mi sveglio presto. Il cielo è terso, il sole è ancora tiepido. Intalleo un po’ in cucina e poi penso che sta finestra tiene proprio una vista di padreterno. Se non sono diventato un maratoneta vivendo a cento metri dalla spiaggia di Leblon e Ipanema, la corsa mi fa proprio schifo. Ed io faccio schifo all’umanità. Una corsetella ogni tanto me la potrei pure fare: se non altro per atteggiarmi con gli amici su feisbuk.

E cosi, un po’ per i social network, un po’ per stare all’aria aperta e un po’ per scendere la panza, indosso le scarpe da ginnastica e mi avvio verso il lungomare. L’ipod mi passa Pinuccio prima che diventasse Pino Daniele, corricchio e il lungomare lentamente si affolla. Scendo dal calcadao: c’è troppa gente, preferisco correre sulla spiaggia.

Passo di lato a un campo di calcio sull’arena. Le porte sono spoglie: i grandi si sono portati a casa le reti e i piccoli ne approfittano per giocare. Cross, dribbilng, tiri a volo: sarà che sono brasiliani, sarà che io sono una pippa, ma a me sembrano fortissimi.

Io gli passo sulla fascia e li guardo meravigliato cercando di non farmi sgamare. Arrivo a fondo campo, esco all’altezza della bandierina del calcio d’angolo e proseguo la mia corsetta. Sono ormai oltre la pista d’atletica, la mia attenzione dai pargoli si è già spostata sul culo di quella che mi corre di fronte, quando mi arriva la palla. L’hanno tirata troppo forte e adesso mi chiedono a gran voce di restituirla. Potrei fare mille cose: ignorarla, bucargliela con un coltello, lanciarla con le mani, ma dentro di me scatta un meccanismo difficile da spiegare a quelli che non sono mai stati malati di pallone.

Faccio un mucchietto di sabbia e ci poggio la sfera sopra. Faccio un cenno a un criaturo che capisce al volo che si deve mettere a porta. Poggio le mani sui fianchi come se fossi Juan Sebastian Veron ne La Bombonera. Il sole mi acceca e, di colpo, accuso tutto il calore e il sudore sulla fronte. Penso che sto per apparare una grandissima figura di merda ma ormai è troppo tardi. Sono già in posizione.

Lancio un’ultima occhiata al portiere. S’è messo in guardia: ma che m’ha pigliato veramente per Veron? Non ha capito che mò l’appendo e si pentiranno amaramente di non essere venuti a prendersela fino a qua? Calcio di interno destro, quasi di collo, cosi bene che lo ripetessi cento volte non mi riuscirebbe mai tale e quale. La palla prende un bell’effetto. Il portiere si tuffa con la plasticità di chi è sicuro di atterrare sul morbido. La palla fa una palombella, sfiora il sette ma non entra. Continua la parabola alle spalle della porta ed arriva a un bambino che, con una naturalezza di cui non sarei mai capace, la stoppa di petto e la mette a terra. 

Non sapendo che ho tirato la mia migliore punizione degli ultimi 5 anni, il bimbo mi guarda con una sorta di complicità, mi fa un cenno e ringrazia.

Io ricambio. Mi volto, sorrido e me ne vado.

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